Io li vedo tutti i giorni, dalla porta di casa mia. Eppure non ci ho fatto il callo, e vi giuro che non è retorica da opuscolo turistico: i Tacchi d’Ogliastra sono lì, immobili da centocinquanta milioni di anni, e ogni volta che alzo lo sguardo mi fanno lo stesso effetto della prima volta.
Sentinelle di pietra, non semplici montagne
Chi arriva da fuori li chiama “formazioni geologiche”, e va bene, è la parola giusta. Sono blocchi di calcare che si sono formati quando qui, dove oggi c’è la mia cucina e i miei maiali, c’era il mare. Poi la terra si è mossa, il mare è arretrato, l’acqua e il vento hanno lavorato per milioni di anni su quella roccia, e alla fine è rimasto questo: torri, altopiani, pareti verticali che sembrano tagliate col coltello. A Osini il tacco è uno dei più spettacolari di tutta l’Ogliastra, e se salite fino alla Scala di San Giorgio capite subito perché i nostri vecchi lo consideravano un luogo quasi sacro. È una gola stretta tra pareti di roccia che si apre all’improvviso, e il silenzio lì dentro si sente sulla pelle.
Ma io non li chiamo formazioni geologiche. Io li chiamo sentinelle. Perché è quello che sono sempre state per la gente di qui: punti fermi. Quando i pastori si muovevano con le greggi per i sentieri, i Tacchi erano il riferimento — si vedono da lontano, svettano sopra tutto il resto, e chi conosce la zona non si perde mai perché sa sempre dove guardare. Perda Liana, il più famoso di tutti, veglia ancora oggi sull’altopiano come ha sempre fatto. E se salite fin lassù, tra i boschi di lecci secolari e le tracce dei nuraghi che i nostri antenati hanno lasciato ovunque in questa zona, capite che qui la storia non è mai stata scritta nei libri: è scolpita nella pietra.
Poi c’è Osini Vecchia, il paese abbandonato, con le case di pietra ancora in piedi tra i vicoli silenziosi. Ci sono cresciuto sentendo raccontare la storia di quell’alluvione che costrinse la gente a lasciare tutto e a ricostruire più in basso. Non è una leggenda, è successo davvero, ed è anche per questo che la gente di qui ha un rapporto particolare con la terra: la rispetta, perché sa che può essere generosa e spietata nello stesso momento.
Quando un’intera comunità si legò alla propria montagna
E se penso a quanto sia stretto, da queste parti, il legame tra la gente e la roccia che la sovrasta, non posso non raccontarvi quello che è successo a due passi da qui, a Ulassai, sotto un altro di questi tacchi maestosi che è il Monte Gedili. Lì è nata Maria Lai, un’artista sarda che ha portato in giro per il mondo la sensibilità di questa terra, e che nel 1981 ha fatto qualcosa che ancora oggi, quando lo racconto ai miei ospiti, li lascia a bocca aperta.
Il Comune le aveva commissionato un monumento ai caduti in guerra, uno di quei blocchi di marmo con i nomi incisi che si vedono in ogni paese. Lei rifiutò. Disse che non voleva fare un’opera per i morti, ma qualcosa che servisse ai vivi, a chi in quel paese ci abitava ancora e doveva continuare a starci insieme. Riprendendo un’antica leggenda locale — quella di una bambina salvata da un crollo perché aveva seguito un nastro celeste che volava nel vento — Maria Lai convinse l’intero paese di Ulassai a legare le proprie case, una all’altra, con un nastro di stoffa azzurra lungo diversi chilometri. Non fu un gesto semplice da organizzare: ci vollero mesi di discussioni, perché legare una casa all’altra significava anche mettere in piazza vecchi rancori e vecchie amicizie. Alla fine si trovò un modo perché ognuno potesse scegliere come legarsi al vicino: un nodo semplice per l’amicizia, un fiocco con il pane delle feste per i legami più stretti, il nastro teso e dritto, senza fronzoli, dove i rapporti restavano tesi. Alla fine, quel nastro fu portato fin sulla parete di roccia sopra il paese e legato lassù, alla montagna.
Io non sono un critico d’arte e non mi metto a spiegarvi il significato con paroloni. Vi dico solo cosa significa per me, che vivo a due passi da lì e che di quella montagna condivido la stessa pietra sotto i piedi: quel gesto diceva che il paese e la montagna sono la stessa cosa, che non si può vivere accanto a un tacco di roccia come i nostri senza sentirsene parte, legati, appunto, nel bene e nel male. Ed è esattamente quello che provo io ogni mattina guardando i miei Tacchi dalla porta di casa.
Da uomo che questa terra la vive e non la racconta soltanto: se venite a trovarmi all’Agro, fatelo. Camminate un po’ tra i Tacchi prima o dopo aver mangiato da me. Riempitevi gli occhi di quella roccia antica, respirate quell’aria che sa di leccio e di macchia mediterranea, e poi sedetevi alla mia tavola. Perché la vera Ogliastra non si vede da un depliant e non si racconta in trenta secondi di video: si cammina, si suda un po’, e alla fine si mangia insieme. Così hanno sempre fatto i nostri vecchi, e così va fatto ancora oggi, altro che sentieri attrezzati e cartelli col QR code.
Chi vuole scoprire la Sardegna vera, quella che resiste, deve passare da qui.
Orario
Aperti tutta la settimana
pranzo e cena
Solo con prenotazione
Indirizzo
Località Pisconti, Osini (OG)
Sardegna – Italy
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Contatti
(+39) 339 588 1134