Quando ho scritto per la prima volta “amici e chi lo diventerà” non stavo cercando uno slogan. Stavo semplicemente descrivendo quello che succede tutte le sere, da anni, sotto il tetto di pietra e legno che ho costruito con le mie mani, attorno a una tavola sarda tradizionale che non assomiglia a nessun’altra: un posto dove si arriva sconosciuti e si torna a casa amici.
Dove il tempo si ferma e la tavola trasforma gli sconosciuti in amici
Arrivano sconosciuti. Arrivano prenotazioni con nomi che non ho mai sentito, gente che ha letto qualcosa su di me sui social o che ha semplicemente seguito le indicazioni fino a Pisconti chiedendosi se avesse sbagliato strada, perché diciamocelo, qui in fondo al mondo non ci arriva per sbaglio nessuno. E poi si siedono. E dopo due ore, quando si alzano da tavola, non sono più sconosciuti. Sono amici, con tanto di foto insieme e la promessa — quasi sempre mantenuta — di tornare.
Non è magia, anche se a volte mi piace pensarlo. È che qui non c’è la fretta che c’è altrove. Non vi do un tavolo con l’orologio che corre, non vi porto il conto appena finito il dolce con quello sguardo che dice “adesso lasciate il posto al prossimo”. Le tavolate sono grandi apposta, perché se sei venuto in due e al tavolo accanto c’è una famiglia sarda che sta festeggiando, prima o poi qualcuno vi passa il vino, qualcuno vi chiede da dove venite, e la serata prende una piega che nessun ristorante di città potrebbe programmare.
Io ci metto del mio, questo è vero. Mi piace parlare, mi piace prendere in giro e farmi prendere in giro, mi piace raccontare la storia di questo posto — pietra su pietra, trave su trave — a chi ha voglia di ascoltarla. Ma la verità è che il merito non è solo mio. È di questa terra, dell’Ogliastra, che insegna ancora oggi quello che tanti altri posti hanno dimenticato: che il tempo condiviso a tavola vale più di qualsiasi menù stellato, e che l’ospitalità vera non si insegna in una scuola alberghiera, si respira in casa, da piccoli, guardando i propri genitori e i propri nonni aprire la porta a chiunque bussasse.
E c’è una cosa, di quello che ho respirato in casa da bambino, che porto a tavola ancora oggi, e che qualcuno la prima volta guarda con un certo stupore. Da me arriva un piatto solo. Non uno per l’antipasto, uno per il primo, uno per il secondo, come vuole l’uso che si è diffuso ovunque, quasi fosse un segno di cura cambiare stoviglie ad ogni portata. Il piatto che vi metto davanti è quello, e resta quello dall’inizio alla fine del pasto: ci mangiate l’antipasto, ci mangiate il primo, ci mangiate tutto quello che vi porto, fino all’ultimo boccone.
Non è un’idea mia, e non è nemmeno un vezzo rustico da agriturismo per fare colore. È quello che mi hanno insegnato i miei genitori, che sono cresciuti nel tempo delle grandi guerre, quando in tavola c’era quello che c’era e bisognava farlo bastare, soprattutto nelle famiglie numerose come la nostra. In quegli anni un piatto pulito ad ogni portata era un lusso che nessuno poteva permettersi, e uno spreco che nessuno si sarebbe permesso di fare. Si mangiava in quello che si aveva, e quel poco veniva rispettato fino in fondo. Quel valore, i miei lo hanno portato avanti anche quando i tempi sono cambiati e la fame vera, per fortuna, l’abbiamo lasciata alle spalle. E io lo porto avanti ancora, non perché mi manchi qualcosa in cucina, ma perché non voglio che manchi il rispetto: per il cibo, per chi lo ha faticato a produrlo, e per chi, anche oggi, un piatto pieno tutti i giorni non ce l’ha.
Per me è anche un modo per dirvi, senza troppe parole, che qui siete in famiglia. In famiglia, quella vera, quella di una volta, non si cambiava piatto ad ogni portata: si mangiava tutti dallo stesso, e quel gesto semplice teneva insieme le persone più di mille discorsi. Ecco perché a un certo punto della serata, quando vedo gli sconosciuti che sono arrivati diventare amici proprio sopra quel piatto unico, capisco che il cerchio si è chiuso: non vi ho solo dato da mangiare, vi ho fatto sedere alla mia stessa tavola di sempre.
Lo so, viviamo in un mondo che corre, che misura tutto in recensioni e in stelline, che vuole il servizio veloce e l’esperienza “instagrammabile” in venti minuti. Io vado controcorrente, lo ammetto volentieri, e qualche volta qualcuno si stupisce che qui si mangi con calma, si chiacchieri, si stia ore a tavola come si faceva una volta, magari sempre sullo stesso piatto. Ma è proprio quella la differenza tra un pasto e un ricordo.
Quindi se state pensando di venire a trovarmi, sappiate una cosa: non vi sto semplicemente invitando a pranzo o a cena. Vi sto aprendo la porta di casa mia, nel senso più vero della parola, con le sue regole antiche e il suo unico piatto in tavola. E da qui, in tanti, sono usciti amici. Vediamo se tocca anche a voi.
Orario
Aperti tutta la settimana
pranzo e cena
Solo con prenotazione
Indirizzo
Località Pisconti, Osini (OG)
Sardegna – Italy
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Contatti
(+39) 339 588 1134